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Avevo poco più di sei anni quando, verso le dieci del 7 dicembre
del 1937, si vide per il paese un grande splendore, gente che
correva verso Collinetta e altri invece che correvano verso Collina
gridando “Al fuoco! Al fuoco”. Si era incendiata la stalla di
Giara tra l’osteria Al Leone e le casa di Sciulin. Neanche una
settimana più tardi, cioè il 14 più o meno alla stessa ora, un’altra
‘razione’ di paura: aveva preso fuoco la stalla di Bortul e poco
dopo il fuoco si era esteso a quella di Blasgiut che si trovava
a pochi metri di distanza, ricordo molto bene quella notte poiché
in quelle ore nacque mio fratello Renato. Per quell’inverno in
fatto di incendi quelli già verificati sarebbero sicuramente bastati,
ma il 25 gennaio 1938, verso le 13 il cielo si tinse di rosso
verso sud-ovest, tinteggiando Cjampiciulon. Davanti all’albergo
Volaia si formò un capannello di persone sempre più numeroso,
tutti commentavano l’accaduto, chi diceva avesse preso fuoco qualche
bosco in val Pesarina, chi addirittura che avesse preso fuoco
un paese. Ad un tratto arrivò mio prozio Vittorio di Côgher che
mise tutti d’accordo decidendo di telefonare in val Pesarina,
ma la risposta non permise di saperne più di prima dato che fu
risposto che per loro l’incendio era più lontano. Man mano il
rossore si spostava prima verso Sappada, poi verso la Furcucjo
e il Belvedere e infine verso il Canale, al calar della notte
sparì. Morale della favola: quel giorno si combinò ben poco e
la paura del fuoco ebbe il sopravvento. Io continuavo a ripetermi:
“Siamo circondati dai ruscelli e forse il fuoco non passerà”,
ma quella notte dormii ben poco. Solo in seguito si venne a sapere
che non si trattava di un incendio ma di un’aurora boreale che
per la sua rarità alle nostre latitudini e per la sua vastità
è spesso stata ritenuta un segno soprannaturale, quasi sempre
negativo; quello che si sarebbe verificato in Europa negli anni
successivi pare aver dato ragione a questa interpretazione.
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